Team-mania: cultura o natura?

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Non si sa bene cosa sono 
forse ribelli forse disertori
nella follia di oggi i soli 
sono i nuovi pionieri

Giorgio Gaber, I soli

L’uomo è animale sociale o solitario?

Un dualismo vecchio quanto il mondo, di impossibile (quanto inutile) soluzione, che sfida ancora la nostra ricerca di funzionamento ed equilibrio, sia personale che organizzativo. L’epoca social ripropone con forza questa dualità: nuovi profondi individualismi accanto ad interconnessioni senza precedenti. Se i sistemi sociocentrici hanno avuto l’effetto di deprimere le iniziative creative e, paradossalmente, la capacità di fiorire insieme, viceversa quelli che hanno spinto un modello individualista e performativo rincorrono oggi una perduta naturalezza della cooperazione attraverso serrati – e talvolta naif – programmi di team building.

Da un lato dobbiamo arrenderci all’evidenza della nostra stessa esperienza: le principali metodologie che in azienda ci consentono di produrre valore vero e duraturo sono basate sul team. Dalle tecniche di problem solving, in cui la costituzione del team è cruciale, al project management, ai metodi della qualità, all’approccio lean, fino all’analisi dei rischi e alla raccolta dei requisiti per una comprensione profonda del cliente: tutto ci invita all’azione collettiva. Dall’altro lato occorre riconoscere e valorizzare i talenti singolari presenti nei nostri gruppi; spesso sono loro il fattore decisivo per il successo di un progetto.

Quanto è grande un team? E’ sorprendente come alcune modelli che tendiamo a definire moderni, e che hanno alla base una forte enfasi sul team (come l’Agile), ci indichino, apparentemente senza una ragione razionale, la dimensione ideale del team attorno al numero 10.

10 è il numero che meglio di altri sembra favorire l’auto-organizzazione e liberare le proprietà di produzione di valore dall’interno e di resistenza agli urti dall’esterno. Dimensioni maggiori richiedono struttura, gerarchia, protocolli, specializzazione che limitano le proprietà emergenti del team auto-organizzato. Dimensioni minori invece rendono troppo fragile e vulnerabile la compagine produttiva.

Molti dei nostri meccanismi neurobiologici “ricordano” il tempo in cui, uomini primitivi, si affrontava la caccia in gruppi auto-organizzati caratterizzati all’incirca proprio da questo numero di membri. Nello sport la numerosità di una squadra, dalla pallavolo al rugby, ha come valore medio questo numero magico; lo stesso numero indicativo troviamo nelle dimensioni ideali di una pattuglia di caccia (rif. Leadership agile nella complessità - Organizzazioni, stormi da combattimento Fernando Giancotti, Yakov Shaharabani, 2008). Rassegniamoci allora al fatto che il team è necessario e apprestiamoci a riconoscerne ed apprezzarne gli elementi di natura, su cui innestare metodi e strumenti culturali che ne amplifichino l’efficacia senza deprimerla.

 

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